Mobbing: brevi riflessioni di Gianluca Di Pietro
Il mobbing: profili generali
Il termine inglese mobbing significa “attacco”, “assalto” ed è stato utilizzato dallo psicologo svedese Heinz Leymann, all’inizio degli anni ’90, per indicare una forma di violenza psicologica sul luogo di lavoro, messa in atto deliberatamente nei confronti di una vittima designata.
Il termine deriva dall’etologia, ove si riferisce al comportamento di alcune specie animali, solite circondare minacciosamente un membro del gruppo per allontanarlo.
Il mobbing consiste, dunque, in una forma di violenza psicologica messa in atto da un superiore o da più colleghi di lavoro nei confronti di una “vittima”, la quale è soggetta a continui attacchi e ingiustizie che a lungo andare portano l’individuo ad una condizione di estremo disagio psicologico quando non addirittura ad un crollo psicologico.
Il criterio, sia pure arbitrario, per definire il fenomeno è “la persecuzione deve essere frequente, pressoché, giornaliera e durare un periodo di almeno sei mesi.
Secondo il centro di disadattamento della prestigiosa clinica del lavoro “Luigi Devoto” di Milano, ogni dipendente ha il 25% di possibilità di trovarsi, nel corso della propria esperienza professionale, in tali condizioni, mentre nel 10% dei casi di suicidio, presenta come concausa una situazione di terrorismo psicologico sul posto di lavoro.
Hainz Leymann distingue quattro fasi di sviluppo del mobbing.
Fase 1: segnali premonitori
E’ una fase molto breve, anche se non ancora ben definita nei dettagli.
Il primo segnale, da non sottovalutare, va ricercato in una relazione precedentemente neutra o addirittura molto positiva (sia tra colleghi che con il superiore) che subisce un brusco ed improvviso cambiamento in negativo, spesso quando all’interno del gruppo lavorativo subentra una persona neo-assunta o quando un dipendente riceve una promozione .
In tali casi la “vittima” viene criticata nel momento del lavoro fino a quel momento rispettato ed apprezzato.
Fase 2: mobbing e stigmatizzazione
In questa fase la vittima subisce continui e frequenti attacchi dal superiore e/o colleghi.
Tali attacchi hanno la funzione di:
ledere la reputazione della vittima attraverso maldicenze, calunnie, ed esposizione al ridicolo;
impedire la vittima ogni forma di comunicazione in modo tale da escluderla dal flusso delle informazioni ed isolandola socialmente ;
renderle impossibile svolgere il proprio lavoro in modo soddisfacente a causa dell’assegnazione di incarichi lavorativi insignificanti e umilianti;
minacce alla vittima.
Fase 3: ufficializzazione del caso.
La situazione viene riconosciuta e segnalata all’ufficio del personale (ed eventualmente interviene il sindacato). Quasi sempre i colleghi interpellati tendono a colpevolizzare ulteriormente la “vittima” imputando la causa del problema alla sua personalità ritenuta debole e fragile, piuttosto che a condizioni esterne e d oggettive.
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